Cavolo Trunzo di Aci: presidio Slow Food che racconta le Terre di Aci


Il Cavolo Trunzo di Aci, antica varietà autoctona siciliana e oggi Presidio Slow Food, è diventato un simbolo di rinascita agricola e culturale e un segno distintivo delle Terre di Aci. Quasi scomparso negli anni Ottanta — ma ben presente nei ricordi degli anziani del posto — è tornato a crescere nei campi grazie alla tenacia di agricoltori e associazioni che hanno riconosciuto il suo valore culturale, nutrizionale e gastronomico. Oggi il Cavolo Trunzo racconta una Sicilia che guarda al futuro con consapevolezza, tra sostenibilità, innovazione e tradizione.

Storia, caratteristiche e riscoperta del Cavolo Trunzo di Aci

Profondamente legato all’origine vulcanica del suolo ionico-etneo, il Cavolo Trunzo di Aci cresce in un terreno ricco di minerali che ne esalta lo sviluppo. Questa varietà autoctona viene coltivata nell’area acese alle pendici dell’Etna ed è riconoscibile per la sua forma tonda, le foglie carnose e i gambi spessi con striature violacee. Il suo sapore è intenso, con retrogusto dolce e una nota aromatica fresca e sapida. È ricco di minerali e vitamine, ha effetti depurativi e un basso apporto calorico.

Questa unicità organolettica lo rende anche un ingrediente molto versatile in cucina. Un tempo base dell’alimentazione contadina locale, il Trunzo ha anche ispirato il soprannome “testa di trunzu”, usato in modo ironico per descrivere la proverbiale testardaggine e lentezza degli acesi. Con il tempo è stato soppiantato da altre varietà, ma oggi — grazie al crescente interesse di chef e agricoltori consapevoli — sta vivendo una nuova stagione di valorizzazione. È anche una coltura sostenibile: si utilizza ogni sua parte, riducendo gli scarti e promuovendo un consumo più consapevole e rispettoso dell’ambiente.

Coltivato nei terreni lavici dell’Etna, il cavolo Trunzo ha una storia affascinante che si intreccia con la cultura, il linguaggio e le tradizioni locali. Le sue origini risalgono al periodo della dominazione spagnola in Sicilia e viene persino citato nei diari di viaggio di Goethe. Il nome “trunzo” è dibattuto: per alcuni deriva dallo spagnolo “trompicar” (“inciampare”), per via della consistenza fibrosa della pianta; per altri da “troncho” (“ceppo” o “gambo”), in riferimento alla sua base spessa. C’è anche un’interpretazione dialettale: “trunzu” come sinonimo di “testone”, un modo di dire ancora oggi usato dai catanesi per prendere bonariamente in giro gli acesi.

Rinascita e produzione del Cavolo Trunzo di Aci

La riscoperta del Cavolo Trunzo è una storia di resilienza e visione, guidata da piccoli produttori che ne hanno impedito l’estinzione e costruito una filiera sostenibile. Tra i protagonisti del rilancio, insieme al GAL Terre di Aci, ci sono Enzo Pennisi (referente del Presidio Slow Food), Salvatore Marino (coordinatore dell’ATS Cavolo Trunzo delle Aci) e Giovanni D’Avola. Grazie al loro impegno, questo ortaggio dimenticato è tornato ad essere simbolo di un’agricoltura consapevole che valorizza la biodiversità e i saperi locali. Come ha recentemente riportato Gambero Rosso, il riconoscimento come Presidio Slow Food ha rappresentato una svolta,aprendo la  strada a progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università di Catania.

Oggi la produzione è distribuita su tre cicli stagionali, con circa 20.000 piante all’anno coltivate principalmente per il mercato locale. Un numero ancora contenuto, ma che racconta una storia coraggiosa: il ritorno del Cavolo Trunzo sulle tavole di Sicilia — e non solo.

Il Trunzo in cucina: l’ingrediente preferito degli chef acesi

Da ortaggio marginale a protagonista della tavola, il Cavolo Trunzo di Aci è diventato portavoce di una Sicilia che si riscopre attraverso la terra. Un simbolo di resilienza e identità che racconta un territorio capace di custodire la tradizione aprendosi alla reinvenzione. La sua rinascita non è solo agricola, ma anche culturale e gastronomica. Un intreccio virtuoso di memoria, innovazione e visione che restituisce dignità ai saperi rurali e apre nuove strade verso un’alimentazione autentica, sostenibile e consapevole.

I risultati si vedono già nei piatti degli chef acesi, che accolgono gli ospiti con proposte creative a base di questo ingrediente identitario.
Valeria Raciti (vincitrice di MasterChef 2019) e Salvo Sardo, entrambi di Aci Sant’Antonio, lo propongono nei piatti del ristorante Alloro di Acireale, primo ristorante delle Aci a entrare nella Guida Michelin. Da citare anche Emanuele Serpa e il suo ristorante Frumento, celebre per le pizze gourmet a base di Presìdi Slow Food e farine antiche. In occasioni speciali — tra cui il G7 2024 a Siracusa — Serpa ha proposto anche un arancino al Cavolo Trunzo di Aci, elevandolo al rango dell’alta cucina.


Terre di Aci

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